Organizata Humanitare " Jeta në Kastriot "

Testimonianze e racconti
di donne vittime di guerra in Kosovo

Autrice: Luljeta Selimi
Redattore: Azem Hajdari e Azem Zogaj
Traduzione dall’albanese e dal tedesco: Lirije Marko e Guido
Santoro
lettrice: Simonetta Vedovelli

 

 

Testimonianze e racconti
di donne vittime di guerra in Kosovo


Premessa all’edizione italiana

Non basta dire “mai più la guerra”, bisogna costruire contesti
di pace, iniziando dal prendersi cura responsabilmente delle
conseguenze della violenza.

Questa è la motivazione che sta alla base della riedizione
italiana di questo libretto-testimonianza e di tutto il progetto
nel quale si colloca.
Nel pubblicare queste storie non possiamo evitare un

conflitto morale: tra il non voler dare risonanza al male per

il timore di moltiplicare odio, rancore, sete di vendetta…
e il non voler lasciare nell’oblio le sofferenze di molti,
restituendo alle vittime almeno il conforto della solidarietà
e con-passione umana, uno spessore all’insopportabile
“banalità del male”…
Abbiamo voluto sostituire nella presente le immagini
atroci contenute nella edizione precedente con le sculture

dell’artista e amico Salvatore Tropea: rappresentano forme

femminili che se pur interrotte – mutilate, conservano la loro
bellezza e dignità…
Riteniamo che il libro comunque debba essere destinato ad
un pubblico adulto!



Al posto di una prefazione

Perché io mi sento in dovere di rendere pubblici i racconti di
donne violentate?
Uno dei motivi principali è il fatto che la verità su questo
capitolo assolutamente doloroso e orribile dell’ultima guerra

del Kosovo fino ad oggi ha vissuto solo in un cono d’ombra.

Questa verità, per dolorosa che sia, deve divenire di
dominio pubblico. La verità è sempre dolorosa e portatrice
di sofferenza soprattutto quando tocca la piaga più grande

di una guerra: gli episodi di violenza carnale. Le violenze

carnali si trovano in ogni guerra e sono considerate per lo
più uno dei più orribili crimini di guerra. Anche nelle ultime tre
guerre dei balcani dei barbari hanno commesso dei crimini
in Croazia, in Bosnia e ultimamente anche nel Kosovo.
Oltre agli allontanamenti, agli incendi, alle devastazioni,
alle rapine e alle deportazioni e agli arresti, si sono lasciati
andare anche sulle donne di ogni età. Le violenze in ogni

società sono difficili da tollerare. Ma specialmente nella

società kosovara violenze di queste tipo lasciano tracce
incancellabili; e non per ultimo per un sistema morale e
di valori fortemente imperniato ad una base tradizionalconservatrice.
Nel corso del mio lavoro sul campo ho potuto osservare da
distanze assai ravvicinate come siano dolorosi i ricordi delle
donne. I ricordi relativi a maltrattamenti sessuali pesano
anche oggi sulle vittime e su coloro che ne sono usciti. In
Kosovo le persone di tutti gli strati sociali si tengono ben
lontane dalle discussioni riguardanti le violenze carnali.
Comprendo che i Kosovari non vogliano ne iniziare a dire
ne scrivere qualcosa per fare chiarezza sui casi di violenza
carnale.

Mi è incomprensibile il comportamento dei membri della
comunità internazionale in Kosovo: Nonostante il fatto che
i mezzi finanziari sufficienti siano stati messi a disposizione

per fare luce sui delitti di violenza carnale, non sono state
prese ancora iniziative per scoprire i colpevoli.
Anche le vittime di violenze carnali ricevono assistenza


sia psicologica sia medica. Pertanto anche sulla base dei
comportamenti irresponsabili di coloro i quali hanno evitato di
prendere qualche iniziativa, mi sono visto motivato a rendere
pubblici i racconti impressionanti di alcune donne violentate.
Sia le organizzazioni nazionali che quelle internazionali si
comportano come se qui non ci fosse stata la guerra, non ci
fossero stati omicidi, le rapine e violenze carnali; come se

questi delitti non fossero mai accaduti. Ma non è solo questo:

loro chiudono gli occhi davanti agli episodi di violenza carnale
e si comportano come se avessero scoperto le violenze in
un altro luogo e non qui sotto gli occhi nostri e di tutto il
mondo.
Oggi in Kosovo ci sono donne che dopo le violenze che
hanno attraversato si trovano in una condizione molto critica

dal punto di vista spirituale, fisico, e materiale. Queste donne

hanno bisogno urgentemente di sostegno psicologico, morale
e materiale. Necessitano di continue cure e controlli medici,
ma nessuna di esse le riceve. Per tanto il tribunale dell’Aia,
di cui un’osservatrice internazionale lavora a Prishtina, e che
ha l’unico compito di fare luce sui casi di violenza carnale
accaduti durante la guerra, ha il dovere preciso di darsi da fare.
Riguardo a questo fatto risulta assolutamente sorprendente
che molte delle bosniache violentate nel corso della guerra
di Bosnia, abbiano testimoniato davanti al tribunale dell’Aia
e ancora testimonieranno. Questa possibilità di testimoniare
deve essere data anche alle donne albanesi vittime di
violenza. Anche loro debbono poter esercitare il diritto
di trascinare i criminali davanti ad un organo di giustizia

internazionale. Alle donne violentate risulta difficile andare

contro i loro tormentatori, ma a loro deve essere chiaro
che i delitti non potranno rimanere nascosti. Un modo per
andare avanti su questa strada sarebbe quello di estendere
la possibilità per fare si che queste persone vengano punite
anche dalle stesse vittime, poiché in questo modo loro
potrebbero scaricarsi l’anima. Per quello che riguarda le
ferite, che le donne violentate si portano addosso, e stesse
devono per prima cosa trovarsi una via di salvezza. Poiché

il loro attuale stato di salute fisico e psichico può avere delle

conseguenze che vanno molto avanti nel tempo, c’è bisogno


per loro dei migliori supporti professionali e istituzionali. Ci
si pone questa domanda, come fa una ragazzina di 14 anni,
dopo che e stata violentata, ritornare alla vita di tutti i giorni
senza una adeguata assistenza? Come fa una giovane

donna a sopportare, di essere stata lasciata dal fidanzato a
causa della violenza subita? Come può una giovane madre

convivere con tremendo destino di dover affrontare ogni
giorno la morte dello spirito dopo la violenza e non poter

più di nuovo aver bambini? Come può guarire una madre,
che non può tornare dai suoi bambini, poiché i serbi barbari

l’hanno stuprata davanti agli occhi dei suoi bambini e di
tutta la sua famiglia? Come possono le donne violentata
affrontare tutto questo nella società kosovara senza un
sostegno adeguato? Forse io non avrei scritto questo libro,
se una donna violentata non solo non mi avesse raccontato
dei maltrattamenti subiti.

Tentai di consolarla, e lei disse: Noi che siamo state

violentate e oggi soffriamo. Siamo contemporaneamente
la morale e la non morale di tutti i kosovari. Anche se ci
muoviamo tra i vivi, ci sentiamo come se fossimo morti.
Quando camminiamo lungo la strada, sentiamo il peso della
violenza, lo vediamo negli occhi delle persone, che forse non
sapranno mai che cosa abbiamo vissuto. Noi siamo la ferita
e la sofferenza di ogni persona. Quando gli altri ridono noi
abbiamo la sensazione che loro siano contenti della nostra

tragedia. Il peso di tutto ciò che viene costruito in Kosovo lo

portiamo noi. Noi siamo in questa terra il sangue la polvere

e la saliva di ieri oggi e domani. Perciò tutti devono alzare

la voce per noi. Io te lo dico, perchè tu puoi farlo, perchè
tu ogni giorno curi le nostre ferite. Il nostro dolore sarebbe
ancora più grande se qualcuno abusasse della nostra sorte
per divertimento o a scopo di lucro. Con l’augurio, che le
loro ferite e quelle degli altri rappresentino un monitor per le
nostre coscienze, lei mi ha parlato delle violenze subite per
mano della polizia serba. Noi dobbiamo comprendere che
la libertà ha un prezzo alto e che una parte considerevole
di questo prezzo è stata pagata dalle donne violentate.
Tutti quelli che oggi calpestano le tombe di queste donne,
(poiché, dopo le violenze carnali molte di loro sono state


uccise e massacrate) o che ignorano i loro vissuti tragici, o
li utilizzano a scopo di divertimento, dovrebbero avere ben
chiaro il fatto che queste donne sono lo specchio ed il chiaro
volto dei kosovari.
Noi dobbiamo capire che queste donne necessitano di
aiuto, sostegno, e quotidiana attenzione da un punto di vista
professionale, medico ed istituzionale.
Questo libro non rappresenta soltanto un modesto
tentativo di destare l’interesse sull’opportunità di fare
luce sui casi di violenza carnale; esso deve essere anche

un invito, significativo nei riguardi delle vittime, di tenere

un comportamento adeguato all’accaduto nel vivere
quotidiano.

Io sarò indubbiamente oggetto delle critiche più diverse, ma

sono convinta che la verità debba venire alla luce del giorno,

affinché essa stessa non venga dimenticata e affinché

l’orrore non si ripeta mai più. Io prendo parte al dolore di
tutte le mie sorelle poiché io attraverso la rielaborazione del
triste passato ho ferite le loro anime per questo io mi scuso
in anticipo e invoco comprensione .

L’autrice



1. Non ho la forza di tornare in patria

Non so ancora oggi quanti giorni siano passati da quando la polizia serba piombo in casa.
Avevo tanta paura, ma sono sopravvissuta, e a noi non successe nulla. Ci diedero tre minuti per lasciare la casa e noi partimmo. Quando arrivammo a Peja, la Polizia ci fermo un,altra volta e pretesero da ogni persona 50 DM per poter proseguire verso l’Albania. Avevamo solo 200 DM, ma eravamo nove persone! Chi l’avrebbe scampata? Chi non avrebbero lasciato proseguire? Ce lo chiedevamo in silenzio, mentre mio padre dava loro i soldi e diceva loro che eravamo in nove. Ci guardarono, e dopo aver tolto a mia madre e a me gli anelli, ci lasciarono passare. All’uscita di Peja ci fermo un,altro gruppo di poliziotti. Anche loro volevano soldi e non ci avrebbero lasciati passare, se una famiglia di Gllogjan non avrebbe loro dato 200 DM. Iniziammo a correre. Pochi metri più avanti la polizia fermo la colonna che arrivava fino al confine. Cerano persone dalle località di Ferizaj, Suhareka, Rahovec, Prizren, Malisheva e probabilmente anche da Gjakova. La polizia non lasciava passare nessuno senza controllo e dovemmo attendere in strada. Non faceva molto caldo ma era comunque duro attendere in quel luogo. Non avevamo ne acqua ne qualcosa di commestibile. La polizia non ci premise di proseguire ma nemmeno di ritornare, non ci premise nemmeno di sederci. Oltre undici ore rimanemmo in piedi e appoggiati gli uni sugli altri. Venne buio quando la colonna si rimise lentamente in cammino. Eravamo molto stanchi ma speravamo comunque di farcela ad arrivare vivi in Albania. Era una strada lunga e divenne ancora più difficile perchè inizio a piovere intensamente e l’alba era gelida. I bambini stanchi iniziavano a piangere e la polizia si faceva sempre più feroce.
A quanto pare dei loro compagni erano caduti da qualche parte. Avevamo ancora due o tre chilometri fino al confine quando arrivammo alla stanga e i poliziotti iniziarono nuovamente a perquisirci. Toccarono i nostri corpi, battevano gli uomini e volevano soldi da loro. Ma soldi non ce li avevamo.
Quando iniziarono a picchiare mio fratello di dodici anni mi liberai dal poliziotto che mi teneva e mi gettai sopra mio fratello. Volevo salvalo almeno da qualche colpo. E l,unico fratello dopo nove sorelle. Il poliziotto che lo picchiava mi tiro dai miei lunghi capelli e mi volse verso il superiore che davanti alla colonna, con la punta di un coltello mi tolse I vestiti. Alla presenza di mio padre, mia madre, mio marito, e dei miei figli mi tolse tutto. I bambini gridavano forte, ma a loro non andò meglio. Il comandante mi trascino nel loro rifugio sul ciglio della strada. Mi gettarono su un tavolo e mi ci legarono le mani, che evidentemente avevano preparato solo con lo scopo di violentare donne albanesi. Mentre si avvento su di me, battei la testa contro il tavolo mentre i poliziotti serbi ridevano e si divertivano come se fossero ad uno spettacolo.
Tutto questo lo poterono vedere I miei parenti e tutta la colonna che passava da li. Come in un sogno mi ricordo come intimarono alla mia famiglia di proseguire. Ancora oggi sento come una eco nella mia testa mia madre che non voleva proseguire senza di me. Fino ad oggi non sappiamo che fine abbia fatto. Mi posso ricordare che mentre mi violentarono piu volte mi colpirono alla testa con il calico del fucile. Non so chi e come mi porto a Kukes, ma so che li udivo molte urla e confusione. Cerano li molte grida di aiuto da parte di alter donne violentate. Nell’ospedale di Tirana rimasi 19 giorni. Per sei giorni mio marito rimase al mio capezzale ma non lo riconoscevo. Per il colpi subiti soffrivo di una forma di amnesia. Dal coma mi richiamo mia figlia di 5 anni che continuamente piangeva e gridava perche non parlavo con lei. Anche I medici rimasero sorpresi.
Oggi non ho la forza per irtornare li dove un tempo vivevo con mio marito e I miei figli. Non posso nemmeno tornare lella mia patria, perche mie ne manca la forza e il coraggio. Mi vergogno per quanto mi e accaduto. Centinai di miei paesani lo hanno visto. Ho avuto la fortuna che mio marito ha avuto comprensione per quanto e acccaduto ma ancora oggi vivo con due ferrite che non guariranno. Vivo con la ferita della perdita di mia madre e della ferita di essere stata violentata che e peggio della morte; disse D.R. da un paese vicino a Peja a conclusione della sua esposizione.


2“Allora la vita mi voltò le spalle,
oggi la percepisco soltanto in lontananza”.

Bedrija vive da sola e deve faticare ogni giorno per guadagnarsi il pane quotidiano.
L’appartamento dove vive si trova in un soppalco, ricavato in un edificio, del quartiere “Dardania” di Prishtina.
L’abitazione è buia, ha un mobilio antiquato, il pavimento nudo, una stanza da bagno mal disposta, ed assomiglia alle antiquate e diroccate case delle povere lande contadine del Kosovo.
In uno dei pochi armadi, che ha sistemato vicino al letto, si trovano i suoi pochi vestiti ed alcuni libri.
La maggior parte dello spazio l’ha riempito con fotografie rovinate e coperte da sporcizia.
Una fotografia un po’ bruciacchiata è stata collocata in una cornice di valore.
Il suo viso, per quanto attraente, riflette chiaramente la sua tristezza. Perfino nel corso di una breve conversazione, lei abbassa continuamente lo sguardo.
Bedrija scosta il copriletto per ricavare uno spazio per sedersi, sospira rumorosamente e si morde le labbra. Si siede sul vecchio letto e mi guarda con occhi tristi.
Di sua spontanea volontà comincia con gli occhi umidi a raccontarmi della sua vita e di che cosa è accaduto durante la guerra.
“ la vedi questa casa? Io vivo qui da due anni. Io chiuderei con la povertà e con i vecchi mobili, se dovessi pagare un affitto più basso.
Per questo buco ogni mese devo pagare 100 d.m, quando non piove, in verità non è poi cosi’ male. Ma quando piove devo mettere il letto nel bel mezzo della stanza, semprechè si possa definire stanza, per ripararlo dall’acqua piovana.
Questa è stata la situazione nel corso di tutto l’ultimo inverno. E’ difficile stare al caldo, quando la casa è piena di buchi ed il freddo entra da tutte le parti.
Ma questa non è la mia unica preoccupazione. Io non soffro per la povertà della casa, o perchè devo farcela solo con 240 dm, che guadagno con il mio lavoro di infermiera.
Anche il fatto di avere solamente pane da mangiare, non mi pesa più di tanto.
Le mie preoccupazioni sono grandi, molto grandi.
Io devo svolgere i miei compiti come tutti gli altri. Io devo lavorare, vivere e recitare per non rendere possibile alle persone di divertirsi per la mia sfortuna.
Bedrija voleva continuare a parlare, ma si coprì con le mani il suo bel viso, che diventava sempre più pallido, e pianse silenziosamente tra sè per alcuni minuti.
Le sue mani unite e tremolanti provarono a nascondersi tra le sue ginocchia che tremavano.
Nella stanza mezza buia la sua sofferenza sembrò ancora più insopportabile. Le sue lacrime dettero l’impressione di essere di nuovo in tempo di guerra.Bedrija per alcuni secondi volse lo sguardo verso la cornice del quadro, lo prese in mano e dopo un sospiro profondo disse: vedi queste persone?
Questi sono gli esseri umani che io ho amato più di tutti. Mio padre, mia madre, il mio unico fratello ed io. Questo accadeva tutti i giorni, quando io ero ancora una bambina e non potevo capire che cosa mi succedeva; i giorni nei quali io facevo giochi da bambini con mio fratello e non potevo capire perchè per mio padre fosse importante ascoltare le notizie e sapere che cosa accadeva intorno a noi e con noi.
Lui sapeva che il prossimo futuro sarebbe stato una cosa tremenda, visto che la guerra era irrimandabile, e sapeva che la libertà avrebbe richiesto dei sacrifici e che si sarebbero dovute affrontare delle situazioni problematiche nel futuro. Ed io, da bambina piccola cercavo di essere felice con quello che avevo, senza capire che i poliziotti che andavano e venivano e che ogni giorno ci derubavano nella nostra città, un giorno sarebbero stati quelli che avrebbero distrutto la felicità a me e alle persone della mia città.
Nostro padre qualche volta ci diceva per scherzo: se a me o a uno di noi dovesse succedere qualcosa, gli altri devono continuare a vivere per la libertà che deve venire, allora la libertà richiederà sacrifici e sangue. Le radici della libertà affondano nel sangue.
Io percepivo queste parole come una massima di esperienza popolare, senza capire che esse erano parole veramente sagge, e senza capire che i giorni tremendi erano molto vicini.
Quando i serbi massacrarono la famiglia Jasharaj, nostro padre ci disse: questo è ciò che io ho provato a farvi capire in tutti questi anni.
I serbi sono fatti così e per mantenere l’occupazione del Kosovo sono capaci di tutto.
Lo stesso destino toccherà a molte famiglie kosovare.Da qui alla fine della guerra il Kosovo avrà molte famiglie di eroi e la libertà costerà moltissimo. Ma la libertà deve venire a qualsiasi prezzo, poiché è da tantissimo tempo che noi kosovari ci siamo svegliati e abbiamo preso in mano il fucile della libertà.
Fu allora che compresi, perchè papà parlasse di una guerra molto vicina. Non riuscivo ad ammettere le mie paure. Non riuscivo a credere, che ciò sarebbe accaduto proprio a me.Proprio a me che ero cresciuta ben protetta. Non riuscivo a credere che un giorno mi sarei ritrovata completamente sola, le lacrime le soffocarono le parole in gola.
A questo punto si alzò, prese a girare spaventata per la stanza e si sfregò le mani sulle gambe.
Dopo il massacro di Prekaz, papà non nascose piu’ che aveva a che fare con l’armata di liberazione del Kosovo, e che collaborava con il loro comandante. Talvolta mancava da casa per una decina di giorni. Quando poi ritornava, non lo lasciavamo piu’ andar via, per quanto mio fratello ed io non eravamo più dei bambini piccoli.
In settembre fu ucciso e il mondo per me crollò. Era l’inferno.
A quel tempo pensavo che non sarebbe potuto succedere nulla che avrebbe potuto rendermi ancora più triste.
Alcuni mesi piu’tardi, i membri dell’UCK ci pregarono di lasciare la nostra casa per andare in un posto piu’sicuro, ma mamma disse loro: -Noi resteremo qui e aspetteremo, visto che deve capitare anche a noi ciò che capitava a tutta Giakova.
Rimanemmo là.
Tuttavia quando ebbe inizio il bombardamento e le forze serbe cominciarono ad uccidere esseri umani, mia madre non parlò più.
Forse cominciò a capire, perchè noi dovevamo trovare un posto più sicuro.
Il quarto giorno i soldati serbi entrarono con la forza in casa nostra e spaventarono mia madre e mio fratello.
Mi portarono via. Mi violentarono e mi tagliarono il corpo. Mi ustionarono con le sigarette in maniera così profonda che io quasi svenni.
Ogni volta che mi spoglio e vedo i segni della violenza ho la sensazione di dover morire.
Oggi la mia vita è distrutta per sempre.
Anche se qualcuno dovrebbe prendersi cura di me, oggi io mi ritrovo a vivere senza alcun sostegno.


3. Per piacere, lasciatemi morire.

Quando i soldati portarono all’ospedale militare HN lei si trovava tra la vita e la morte.
Visto che i medici non sapevano come aiutare una donna che aveva subito violenza carnale, fecero venire un medico donna, che al momento era operativa in un’altra zona di combattimento.
Nel frattempo curarono H N con delle trasfusioni di sangue, le sue ferite continuavano a sanguinare ininterrottamente. Malgrado tutto, i medici tentavano di salvarla ad ogni costo.
Dopo che la dottoressa si era fatta un quadro preciso sullo stato di salute della giovane donna, decise per un intervento chirurgico, nonostante le circostanze fossero avverse.
Una collega le fece notare che ogni sforzo sarebbe stato privo di significato, in quanto i suoi organi erano usciti dal corpo e non era il caso di anticipare l’intervento.
La giovane dottoressa, che proveniva dall’altra zona dei combattimenti, si asciugò il sudore dalla fronte e chiese alla collega se l’avrebbe aiutata durante l’intervento.
La dottoressa disse che pensava l’intervento pericoloso e che la paziente poteva morire, ma ciò nonostante, si preparò per l’operazione.
La dottoressa dichiarò che la ragazza sarebbe morta se non fosse stato tata ricucita a breve; chiese, per tanto, alla sua collega e alle infermiere di essere aiutata e di non perdere tempo.
In questa zona di combattimenti, tutti erano informati di quello che accadeva in sala operatoria.
L’operazione durò a lungo, alla dottoressa sembrò che l’intervento durasse un’eternità.
Poi la situazione peggiorò, iniziò un bombardamento.
Il bombardamento cessò e i soldati cominciarono a difendersi.
Due granate caddero nelle vicinanze dell’ospedale.
La giovane dottoressa si spaventò un po’, ma proseguì l’operazione.
Per lei e per gli altri si trattava di una battaglia su molti fronti.
Vide che l’utero della paziente era strappato, e che i suoi organi genitali erano stati riempiti con della sabbia, perciò ricucire le ferite sarebbe stato difficile.
Quando si accorse anche di una ferita all’addome, il suo nervosismo aumentò.
Nonostante le condizioni sfavorevoli, la ragazza sopravvisse all’operazione.
La dottoressa dopo l’intervento non uscì dalla sala operatoria, ma rimase vicino alla sua paziente che era stata operata da poco.
Dopo aver osservato la ragazza per alcuni minuti, la giovane dottoressa spogliò di nuovo la ragazza e pulì le ferite che rimanevano.
Iniziò dalle gambe graffiate e si fermò sul petto per pulirle il seno.
I suoi torturatori con un coltello le avevano inciso tra i seni una croce serba.
Quando ebbe ripulito la zona, si accorse di una scheggia di vetro, la estrasse con attenzione.
Quindi deterse scrupolosamente le ferite e le bendò.
Poi coprì di nuovo il corpo della ragazza.
Quando la giovane ragazza cominciò a dire i nomi di H N con la sua debole voce, la dottoressa glieli indicò, affinché non si muovesse, essendo appena terminata l’operazione.
Gli occhi di H N erano diventati gialli. Cominciò a piangere.
La dottoressa la rassicurò dicendo che era stata in pericolo, ma adesso era passato tutto.
Adesso aveva bisogno di forza, quindi di cerca di non ricordare ciò che le avevano fatto; di chiudere gli occhi e provare a dormire.
La ragazza con labbra tremanti supplicò:
- Perchè mi hai fatto questo?Perchè mi hai salvato?Per piacere lasciami morire. Per piacere,
fammi il piacere, ti prego!
Le lacrime le scivolarono lungo i capelli.
-Ascolta- disse la dottoressa- adesso non pensare, ora riposa e basta.
La ragazza scuoteva la testa in segno di disapprovazione.

4. I bambini sono l’unica cosa che mi sia rimasta.

Alcuni giorni dopo che il bombardamento aveva avuto inizio, mio marito mi disse che uomini e donne da tutte le regioni del Kosovo si dirigevano verso la Macedonia, se noi rimaniamo qui che cosa succederà, se i poliziotti ci prendono vivi?
Io lo guardai ed ebbi fin da allora un piccolo presagio della disgrazia che ci avrebbe travolto.
Mi sembrò in questo istante che la vita finisse.
Tutto il mio corpo cominciò a tremare.
Preparai i miei bambini, presi con me qualcosa da mangiare e quando attraversammo la porta del cortile, mi voltai indietro ancora una volta e dissi a mio marito:- Fino ad oggi non ho mai vissuto nulla di più difficile; potremo fare ritorno ancora una volta alla nostra casa e alla nostra vita?
Mio marito mi guardò, ma non rispose.
Piansi solo un po’, per non agitare i bambini.
Alcuni metri prima che noi potessimo associarsi alla colonna che proveniva dalla zona centrale del Kosovo, la polizia e l’armata serba ci fermarono.
Tirarono fuori mio marito dalla macchina e lo picchiarono con il calcio del fucile.
I bambini cominciarono a piangere, anch’io piansi.
Quando vennero da me e mi tirarono fuori dalla machina, il pianto dei miei bambini divenne sempre più forte.
Non mi picchiarono mi guardarono a lungo, e mi girarono intorno.
Poco dopo, chiamarono qualcuno, dicendogli che poteva venire.
“Qui c’è un pesce” dissero. Nemmeno due minuti più tardi arrivò un uomo dalla lunga barba con gli occhi rossi. Si poteva sentire da lontano che il suo alito puzzava di grappa.
In un albanese stentato mi disse: tu sei la più bella albanese che io abbia mai visto, e tu sarai la più bella albanese che io abbia mai avuto nel mio letto.
Io implorai e piansi e guardai mio marito che mi stava di fronte. Anche i miei bambini erano lì. L’uomo dalla lunga barba affermò che adorava i momenti in cui gli albanesi lo supplicano e si gettano ai suoi piedi.
Mi sembra di essere in un negozio di dolciumi, tu sei il dolce più buono che io abbia mai ricevuto sino ad oggi dagli albanesi.
Un altro disse: -Sei un’insegnante, quindi facci vedere una buona volta, che cosa ci insegna sugli albanesi.
Gli fu consigliato di prendere con sè la macchina fotografica, perchè non si poteva più aspettare.
-Voglio prenderla subito. Disse l’uomo con la barba lunga e si tirò giù i pantaloni.
Due di loro mi tennero ferme le braccia e lui cominciò a spogliarmi.
-Vi darò denaro ed oro, non farlo! Dissi io, uno lasciò il mio braccio.
-Vai e portamelo, ordinò. Io mi diressi verso la macchina per portarglielo.
Presi il denaro e lo consegnai, ma questo non gli fece cambiare idea.
Non liberarono nè mio marito nè me.
Quelli che erano andati a prendere la macchina fotografica, dissero agli altri che potevano cominciare.
Mio marito cominciò a tremare in tutto il corpo. Uno di loro cominciò a spogliarmi, mentre gli altri intorno a me semplicemente ridevano.
Quando lui cominciò ad abusare di me mio marito provò a fermarli e si affrettò verso di me, ma uno di quelli dietro di lui sparò con un’arma automatica e scaricò tutto il caricatore nel corpo di mio marito.
Ero fuori di me e urlai, anche i bambini urlarono.
Provai a divincolarmi a fare qualcosa, ma i miei tentativi ebbero solo
l’effetto di imbestialire ancora di più i miei torturatori.
Anche i bambini uscirono dall’auto. Loro si gettarono sul corpo sanguinante del loro papà, mentre io venivo violentata solo qualche metro più distante.
Non ci sono parole od espressioni per descrivere il mio dolore ed il mio senso di umiliazione in quei momenti.
Coloro che avevano preso la macchina fotografica, qualche minuto più tardi si diressero verso i bambini che giacevano sul cadavere del loro papà, per fotografare le loro lacrime ed il loro pianto.
Abbiamo bisogno, uno disse, anche di questo che fungerà da spettacolo meraviglioso per stimolare i nostri ragazzi.
Più tardi spinsero i bambini in una macchina straniera e portarono le nostre auto nel cortile nel quale avevano trovato nascondiglio.
Altri abusarono ancora del mio corpo.
Quindi mi chiusero a chiave nella cantina di una casa che si trovava nelle vicinanze.
Quindi per alcuni giorni abusarono di me duramente.
Io avevo perso l’orientamento e la forza. Avevo la sensazione che non avrei rivisto più nessuno.
Continuarono ad abusare di me.
Fino ad oggi io non sono in grado di dire quante volte abusarono di me.
Ad un certo punto mi gettarono in mezzo alla strada ed una famiglia, che più tardi mi aiutò molto, mi prese con sè.
Io sarò riconoscente per tutta la vita alla donna che ha curato le mie ferite, lei mi consolava, quando raccontavo delle violenze che avevo subito; mi consolò anche per i bambini e mi promise che li avrebbe ritrovati, per quanto non si sapesse affatto, se fossero ancora vivi.
Questa famiglia di Ferizaj mi aiutò e mi assistette; si presero cura di me anche quando io ritrovai i miei bambini e volli far ritorno in Kosovo.
Il cortile della nostra casa, dopo la guerra, era tutto in rovina.
Ora sono senza marito, senza casa e sono stata stuprata.
Soltanto i miei bambini mi tengono in vita, disse l’insegnante dei dintorni di Kakanik con le lacrime agli occhi.


5. La sua vita finì tra le onde dell’Adriatico.

Il giorno in cui fummo cacciati di casa, io ho pianto così tanto, che tutti pensavano che mi si sarebbe fermato il cuore.
Io rincontrerò i miei fratelli, noi torneremo di nuovo insieme in un Kosovo libero.
Quando loro si erano avvicinati al confine macedone, avevano preso l’auto e si erano infilati nella colonna.
Lei rimase sveglia, anche quando tutti gli altri nell’auto dormivano, talvolta usciva per fumare una sigaretta.
Il giorno successivo sua madre la rimproverò, perchè era andata fuori da sola. Guardò semplicemente sua madre e disse con voce calma: cara mamma, questa fuga mi dà l’idea della morte, perciò non ha nessuna importanza se un proiettile mi colpisce.
Il padre meravigliato disse: figlia mia, io non vivrò più tanto a lungo, tu devi prenderti cura della famiglia; quindi non restare fuori a lungo, perchè se gli Shkije ( espressione dispregiativa per serbi) ti vedono, che Dio abbia pietà di te. Ti porteranno via con loro, tu sei così bella e loro ti noteranno. Anche H.S. non mangiò nulla il secondo giorno; venne il crepuscolo ed i poliziotti serbi cominciarono a rubare le macchine degli albanesi.
H.S. era meno preoccupato per l’auto di quanto non lo fosse per le condizioni di suo padre.
Quando dovette consegnare l’auto, replicò all’ordine della polizia serba, dicendo che nella macchina c’era un uomo malato.
Allora uno dei poliziotti ordinò all’altro, di portare via lei e la macchina.
Il suo tentativo di scendere fu inutile, visto che due poliziotti entrarono nella macchina e tirarono fuori gli appartenenti alla famiglia.
H S fu portata in una casa a Kacanik dove le furono incatenati mani e piedi. Il mattino successivo vide che due giovani uomini erano stati uccisi nel cortile, pensò che almeno non sarebbe finita nelle loro mani, così accettò l’idea che sarebbe stata uccisa.
I due serbi che con la macchina l’avevano portata nella casa, tornarono indietro e uno dei poliziotti minacciava: tu partorirai bambini serbi, cara la mia albanese, mentre l’altro la teneva per i capelli.
Lei voleva scappare, ma lui la trascinò per i capelli vicino a sè e cominciò a toccare il suo giovane corpo.
Tentò inutilmente di opporre resistenza; loro erano in due; la disonorarono ed abusarono di lei, finché non furono stufi.
Quindi i due serbi la presero a pugni in faccia e la picchiarono fino a farla sanguinare, lei sputò addosso ai poliziotti, quando loro uscivano dalla stanza.
Uno dei due rientrò, la trascinò sul pavimento e le disse:- Sarà così ogni sera, fino a, quando non partorirai un bambino mio; non provare a fare qualcosa di insensato, perchè la tua famiglia è nelle mie mani. Ti sei forse dimenticata di questo?
A questo punto lei non aveva mangiato più nulla da cinque giorni e sperava di morire prima possibile.
I serbi tornavano sempre a trovarla, quando faceva buio.
Pregò Dio che volesse lasciarla morire, visto che era violentata in continuazione.
Ogni sera la lasciavano chiedendole se fosse disponibile a partorire un bambino serbo.
-Forse lo darò alla luce, ma lui sarà come me e vi ucciderà, rispondeva lei. A questo punto uno dei due si gettò con irruenza su di lei e la ferì con un coltello sulla pancia.
Perse conoscenza , tuttavia sopravvisse alle sue ferite.
Più tardi si accorse di giacere nuda sotto una coperta. Quando riprese conoscenza, per prima cosa apprese di trovarsi sopra un autobus diretto in Albania.
Una volta in Albania fu portata in un ospedale di Tirana in elicottero .
Visto che per le ferite che aveva riportato all’addome erano gravi ed era in pericolo di vita, la si dovette portare in Italia per farle affrontare delle cure. Durante la notte nella quale venne condotta a Durazzo, non le riuscì di dormire.
Il giorno successivo fu trovata morta nelle onde dell’Adriatico.


6. Tragedia in una famiglia.

Mentre io ancora pensavo, il poliziotto che stava dietro di noi, sparò per tre volte al mio unico figlio.
Io urlai così forte che ancora oggi mi domando, perchè mai Dio non udì le mie grida ed il mio dolore.
Mio figlio cadde al suolo e morì, senza distogliere lo sguardo da me; mi guardò come se si aspettasse un aiuto da me, sua madre.
Allora mi trovai completamente priva di forze.
Durante i primi giorni di guerra ero così preoccupata, che passavo ogni momento solo a piangere, avevo sempre gli occhi gonfi di lacrime.
Mio marito, nè si aggregò alle file della nostra armata, nè condusse noi fuori dal villaggio.
I bambini avevano paura del fuoco della difesa, loro continuavano a giocare come se niente fosse.
Io, in quanto madre, avevo paura per i bambini, in più c’era la paura per quello che si potevano sentire e vedere.
C’erano sere nelle quali si sentiva il fuoco dell’artiglieria, e noi dovevamo strappare i bambini al sonno, e scappare con loro nel bosco, nel più vicino riparo.
Il mio volto era continuamente coperto di lacrime.
Mio Dio, quante lacrime ho dovuto versare, pregavo solo ed esclusivamente per la salute dei bambini e perchè non fossi mai costretta a vedere che a loro veniva fatto qualcosa di male.
Quando fu ferita Nora, la mia unica figlia, io pensai di morire per il dolore.
Tuttavia mia sorella mi disse che dovevo essere felice, perchè si era trattato di un proiettile soltanto. In questo momento mia figlia aveva tredici anni ed avrebbe potuto anche essere stuprata.
Lei mi raccomandò di stare attenta e di preoccuparmi del fatto che Nora non cadesse viva nelle mani dei nemici.
A questo punto io replicai furente ciò che anche mia madre diceva, ossia che ritenevo preferibile la morte per i miei bambini, piuttosto che cadessero vivi nelle mani di uno Shka ( espressione dispregiativa per serbi ).
-Perchè io so di cosa è capace uno Shka. Disse lei con enfasi.
I giorni passavano, mentre io avevo da fare con i problemi di mia figlia.
Mio marito si comportava come un convalescente, c’erano giorni in cui non si recava a far legna nemmeno una volta.
Ero sposata con lui da diciassette anni, mai prima si era comportato in un modo così vergognoso.
Quando mia figlia fu condotta ferita dal kosovo, io mi sentii liberata e di fronte a mio marito dissi a mio figlio, che aveva 19 anni,: -Figlio mio, se tu fossi soltanto un po’ più vecchio e noi potessimo associarci alle file del UCK. Allora saremmo più sicuri e soltanto allora serviremmo la patria.
Mio marito al riguardo rispose: -Tu puoi andare, io voglio morire qui, non sono un uomo d’armi, io rimarrò e morirò da vigliacco, se te ne vai non sei più mia moglie.
Le sue parole mi hanno offeso molto pesantemente ma tra me e me pensai che dio non mi avrebbe voltato le spalle.
Avevo fatto male i miei conti, infatti, il gennaio del 1999 cominciò con pesanti combattimenti. Insieme con due o tre altre famiglie rimanemmo nel villaggio.
Quando i poliziotti serbi furono più vicino a noi, io supplicai mio marito di condurci lontano, ma lui mi rispose che non mi avrebbe fatto andare via.
Mi urlò in faccia - Mia figlia è stata ferita per colpa tua e del tuo vizio di andare a fare legna.
I miei occhi si riempirono di lacrime e risposi in tono severo -Se non ci fosse chi va a prendere la legna, cosa avresti da dar da mangiare ai tuoi bambini.
Verso sera fummo sommersi da una vera propria valanga di proiettili. Le pareti della nostra casa erano colpite in continuazione, tuttavia noi sopravvivemmo.
Quando la situazione si fece di nuovo tranquilla, pensai che la polizia serba se ne fosse andata lontano, poi capii che così non era; mio marito si accorse di ciò e si nascose in un pollaio, mentre io e mio figlio da soli e tranquillamente rimanemmo in casa.
Quando uno della polizia serba aprì la porta con un calcio, presi la mano di mio figlio e gli dissi:
-Figlio, qualsiasi cosa accada, cerca di metterti in salvo. Io ho vissuto gia abbastanza.
Lui pianse e non mi lasciava più la mano.
I poliziotti ci trascinarono al centro del cortile e perquisirono la casa alla ricerca di oggetti di valore. Loro urlarono - Dov’è tuo marito? Se tu non ci dai denaro e oro uccideremo tuo figlio.
Io provai a trovare un po’ di denaro, per salvare mio figlio, ma mio marito aveva portato con sè sia il denaro sia l’oro.
- Ti restano soltanto due minuti o l’oro o il figlio. Mi dissero i poliziotti.
Mio marito rimase immobile nel granaio, così diede più valore alla propria vita che a quella di suo figlio.
Io rimasi in piedi in mezzo al cortile, per la paura che avevo per mio figlio non osai andare da mio marito, ma il denaro ce l’aveva lui.
Mentre io ancora stavo pensando, il poliziotto serbo che si trovava dietro di noi, sparò tre volte contro il mio unico figlio.
Io caddi a terra e piansi e urlai, mio figlio stramazzò al suolo e morì, senza distogliere lo sguardo dal mio. Lui mi guardò come se si aspettasse un aiuto da sua madre.
Dopo di ciò io ero completamente priva di forze, pensai che ora se ne sarebbero andati, ma uno di loro mi legò le mani dietro la schiena.
Vidi mio marito che stava assistendo alla scena, ma senza alcun sentimento, rimase nel pollaio.
Io mi alzai in piedi e lo maledissi.
Non capivo ciò che mi diceva Il poliziotto, mi dette un calcio e cascai per terra, rotolai per alcuni metri. I militari dissero qualcosa, che io non capii, e uno di loro si getto su di me.
Lui mi strappò via tutti i vestiti per violentarmi.
Mio marito continuava sempre a guardare ed io per il dolore non avevo nemmeno più la voce per piangere.
Quando mi liberarono le mani, io colpii un poliziotto con un pezzo di legno e cercai di fuggire.
Dopo alcuni metri fui riacciuffata dall’altro poliziotto serbo.
Alcuni di loro mi violentarono di nuovo, fino a che io persi conoscenza.
Alcuni giorni più tardi, alcuni abitanti di un villaggio vicino mi portarono con loro, per curarmi le ferite, che mi erano state fatte con dei coltelli.
Durante tutto il bombardamento, trascinarono me, mio fratello e sua moglie da un bosco a quello più vicino per salvarmi.
Quattro giorni dopo la fine della guerra arrivò anche l’altro mio fratello, che aveva sentito dire che io ero stata uccisa, fu accompagnato da mio marito.
Mio marito mi disse che sarebbe stato meglio che fossi morta, ora ero senza famiglia e senza marito, avrei dovuto uccidermi era mia la colpa, se i serbi mi hanno violentato.
- Io sarei la colpa. Gli domandai incredula. -Ma sei stato tu che ti sei portato via il denaro e che non l’hai dato ai barbari per salvare tuo figlio. Sono io che dovrei avere la colpa, quando tu non ci hai permesso di scappare dal villaggio, per quanto tutti vedessero che il pericolo si avvicinava.
Quindi io piansi disperatamente.
-Tua sorella è stata violentata dai soldati serbi e non può più essere mia moglie! Disse a mio fratello e ci lasciò.
Io non l’ho mai più rivisto, disse R R da un villaggio nei pressi di Theranda.


7. Lo spavento nel giorno del pesce d’aprile

SS non volle cominciare a raccontare la propria storia di fronte a sua madre.
Non avrei mai pensato, che un uomo potesse sopportare così tanto.
Ho sempre pensato che io, o anche altre persone, in alcuni casi dovessimo essere pienamente liberi di decidere di morire.
Caddi nelle mani dei SHKIJE il primo giorno di aprile, il giorno in cui gli albanesi furono scacciati in massa.
Da quando mi avevano separato dalla famiglia, pensai soltanto ai membri della mia famiglia.
Quando loro mi condussero nel luogo in cui la polizia aveva trovato un nascondiglio, ed io vidi sul tavolo insanguinato capelli di donna, unghie ed abiti femminili, seppi, che cosa mi sarebbe accaduto.
Persi ogni speranza che qualcuno potesse aiutarmi, in questo mondo.
A questo punto, io non pensai nemmeno più alla sorte dei miei parenti, ero preoccupata esclusivamente per me, provai una paura che fino a quel momento mi era stata sconosciuta.
Uno dei poliziotti serbi che stava con gli altri, mi chiamò da lui; là sul tavolo c’era della grappa ed i suoi occhi arrossati e sporgenti facevano ben capire che cosa avesse in mente.
Lui portò una catena pesante con numerosi ciondoli.
Nell’angolo della stanza c’erano moltissimi vestiti da donna.
-Qui devi spogliarti affinché io possa vedere se tu vai bene per me, o per gli ufficiali o per i soldati. Disse lui in serbo, mentre beveva grappa.
Io stavo lì ferma e mi comportavo come se non lo avessi capito, ma dopo mi dette questo ordine anche in albanese.
Nonostante la paura, mi opposi alla sua richiesta.
Lui scagliò la bottiglia di grappa contro la parete, e si piantò di fronte a me.
-Nessuno può non obbedire ad un mio ordine. Disse lui.
Io sono Dragan Spasik, quello che con le sue stesse mani ha ucciso 50 albanesi, lo sai puttana? Mi picchiò con il calcio del fucile ed io ebbi la sensazione di dover morire, vidi il sangue che mi scendeva dal naso, ma non ebbi alcuna paura per la mia vita, al contrario preferivo morire piuttosto che cadere nelle sue mani.
Quindi lui si calmò di nuovo e ordinò ai suoi soldati di spogliarmi.
In questo momento l’umiliazione era indescrivibile.
Tu devi ballare, vieni a ballare mi disse lui. Io mi accucciai e mi sedetti, per sottrarre il mio corpo nudo agli sguardi dei poliziotti serbi.
Lo vedi quel corpo là? Io ti farò ancora più male disse e indicò il corpo massacrato di fanciulla che si trovava nel angolo della stanza vicino ai vestiti delle donne.
Arrivarono due poliziotti serbi e mi legarono al tavolo insanguinato.
Mi legarono le mani e le gambe e mi guardavano come se fossi un animale. Quasi subito il loro comandante si spogliò e mi violentò, gli altri ridevano, chiacchieravano, guardavano e si rallegravano, mentre io me la vedevo con la morte.
Quando fu soddisfatto, si allontanò da me affinché anche gli altri potessero disonorarmi.
Mi violentarono e mi picchiarono per tutta la giornata.
Poi mi gettarono nuda sul ciglio della strada, dove c’erano molti altri kosovari che fuggivano verso l’Albania.
Quando notai, che una donna cercava di coprirmi, vidi che sul mio corpo che con dei coltelli erano stati incisi dei simboli e delle croci che richiamavano Slobodan Milosevic.
-Non prendermi con te, lasciami morire ti prego. Le dissi.
Ma lei disse piano:- Non siamo più tanto lontani dalla nostra patria, vedi la strada.
Quando lungo la via cadevo per terra lei cercava di aiutarmi.
Ebbi l’impressione che lei fosse commossa e sentii di nuovo in me il desiderio di morire.


8. Una madre con il cuore spezzato.

Erano giorni che eravamo nel bosco.
Sui monti di Cikavika si svolse la più grande offensiva dall’inizio dei combattimenti, era il 22 settembre1998 in tutto eravamo settanta del nostro villaggio di cui quattordici della nostra famiglia, ci rastrellarono da tutte le parti e noi non potevamo più scappare da nessuna parte, o provvedere alla nostra alimentazione.
Dopo tre giorni la scorta di frutti selvatici era terminata. I bambini cominciarono a piangere forte, alcuni di loro si ammalarono in modo preoccupante e non avevano più alcuna possibilità di sopravvivere, i loro corpi affamati minacciavano di non farcela e le loro anime sembravano soffocare per la paura.
Era mezzogiorno, quando i soldati paramilitari ci chiamarono tutti a raccolta. Avevano dei fazzoletti sul capo e i loro visi erano pitturati.
I nostri uomini furono legati uno ad uno agli alberi che si trovavano nelle vicinanze, più tardi arrivò un camion nel quale rinchiusero gli uomini.
Quindi ci portarono via il denaro, i gioielli ed ogni altra cosa di valore.
Minacciarono di morte i nostri bambini, per spezzare, la nostra volontà ed ottenere altre cose di valore.
Una donna cercò di portar loro via il fucile automatico, ma loro presero il suo bambino di due anni e gli tagliarono un orecchio e tre dita.
Anche se aveva le mani legate, mio fratello, provò a rendersi operativo.
Lo presero, lo spogliarono davanti agli occhi di tutti e gli tagliarono via i genitali.
Mia madre e mia cognata non si mossero. Io decisi di andare da lui perchè non si muoveva più.
Ti userò violenza con il suo organo sessuale, mi disse uno dei poliziotti, nel frattempo altri due mi legarono le mani e mi scaraventarono sul camion.
Provai ad opporre resistenza, ma loro mi colpirono alla testa così violentemente che io persi i sensi. Quando mi ripresi ero spogliata ed inoltre legata.
Qualche metro più in là violentarono un’altra donna o ragazza, che io non conoscevo.
Di fronte alle mie gambe stava in ginocchio mia madre in lacrime, hanno ucciso tuo fratello insieme a sua moglie mi disse.
Forse lo fece perchè ciò le aveva spezzato il cuore.
- Forse è meglio che anche tu muoia; sarebbe più facile per me se rimanessi da sola. Mormorò.
Io tremavo in tutto il corpo, non ho mai potuto capire se per il freddo , la paura o il dolore.
Tutto intorno a noi c’erano innumerevoli cadaveri.
Soprattutto c’erano pezzi di dita, pezzi di mano e orecchie. Più tardi venne da me un poliziotto che mi disse che, visto che ero vergine, aveva intenzione di prendermi in moglie.
Tu verrai con me in Serbia e là costruiremo un nido per noi, proprio come ha immaginato il nostro presidente Milosevic: che tutti i ragazzi serbi, prendano in sposa ragazze albanesi, che queste poi diano alla luce bambini serbi e che alla fine noi sterminiamo tutti gli albanesi maschi qui in Kosovo.
-Dimmi, mi darai un figlio? Mi chiese. Poi davanti agli occhi di mia madre mi violentò.
Non so per quanto tempo abusò di me, ma quando io riaprii gli occhi, il mio corpo era completamente imbrattato di sangue.
Mia madre, in lacrime, si sedette vicino a me.
Alcune donne avevano disposto i cadaveri l’uno accanto all’altro.
Un’altra donna venne da me e provò a mettermi addosso qualcosa. Ma in quel momento il fatto di essere nuda mi era indifferente.
Avevo la sensazione di non essere più me stessa. Mi faceva male la pancia, provavo vergogna e la violenza mi aveva lasciato la sensazione di essere sporca.
Qualcuno mi dette un po’ d’acqua e dopo mi rivestii.
Non provavo più alcun sentimento, i corpi morti giacevano intorno a me ed io non capivo perchè desideravo così tanto la morte.
Volevo morire più di ogni altra cosa.
Mia madre stava vicino a me e piangeva, questa volta non disse nulla.
Una donna venne da me e mi pregò di prendermi cura delle ferite del suo bambino di sei anni,
al quale avevano amputato le dita. Io ci provai, ma le mie mani non funzionavano.
Riuscii a malapena a bendargli le ferite con un pezzo di camicia.
Più tardi seppellimmo i 18 cadaveri.
Alla mamma venne presto la febbre alta, noi nel bosco trovammo un’aspirina per lei.
Dopo aver preso la medicina disse:- E’ stato un errore prendere questa medicina, forse qualcun altro ne ha bisogno. Io ho il cuore spezzato e la medicina non mi può aiutare.
Io muoio con il cuore spezzato, spezzato più per te che per tuo fratello e tua cognata.
Figlia mia, non nascondere nulla e racconta tutto.
Con queste parole anche mia madre morì ed io rimasi completamente sola ed ancora sporca, disse la ragazza dei boschi di CICAVICA.


9. La prova di coraggio

Il bombardamento era cominciato già da giorni, mio marito ed io ci facevamo reciprocamente coraggio, e nascondevamo la nostra paura di fronte ai nostri bambini.
Le persone dei dintorni di Giakova che avevamo ospitato presso di noi, facevano lo stesso.
Non avevamo alcuna possibilità di uscire dalla città, non ci restava che rimanere in città con centinaia di soldati, poliziotti, ed unità paramilitari.
Il 29 di marzo cominciarono ad arrestare gli uomini nella nostra zona.
Io quasi morii per la paura. Dissi a mio marito- Che cosa dovremmo fare? Abbiamo ancora nostro figlio di dodici anni.
-Aspettiamo e vediamo che cosa succede, i nostri soldati non sono molto distanti, forse stanno ad osservare che cosa succede in città, e forse possiamo scappare dalla disgrazia. Rispose lui.
Più tardi, nello stesso pomeriggio, andammo a casa di un conoscente alla periferia di Giakova, per cercare qualcosa da mangiare. Purtroppo non trovammo nulla. Allora mio marito ed io uscimmo fuori e cercammo dei generi alimentari nella casa di un’altra famiglia.
Ospitammo in casa nostra tre famiglie per passare la notte.
Al mattino eravamo sfortunatamente tutti addormentati, la polizia serba sfondò la porta, noi ci guardammo intorno tutti disorientati.
- Denaro ed oro, se volete restare in vita! Poi vi lasciamo andare tutti quanti subito in Albania, se promettete di non tornare mai più. Urlò uno dei poliziotti.
-Noi andremo e salveremo i nostri bambini. Mi disse piano mio marito.
Quelli che avevano denaro o oro lo diedero ai poliziotti. Loro si portarono via anche le nostre borse, pensando che ci avrebbero trovato dentro qualcosa di valore.
-Voi donne potete già andare, i vostri uomini verranno in capo a mezz’ora, perchè non abbiamo ancora verificato che non ci siano soldati dell’ UCK. Disse uno dei poliziotti serbi.
-Non ci separeremo. Dissi io, e non mi mossi.
Un ragazzo di un’altra famiglia, che si era rifugiato da noi, provò a scappare, ma i poliziotti gli spararono addosso e lo uccisero.
Sua madre aveva provato a fare scudo con il suo corpo al figlio, ma il proiettile che la colpì la passò da parte a parte e poi colpì il figlio.
I pianti e le urla divennero sempre più forti e la donna ferita non voleva separarsi dal corpo del figlio morto.
I barbari serbi, che ora si erano veramente inferociti, legarono tutti gli uomini, e spogliarono le donne.
I bambini, undici in tutto, cominciarono a piangere, nel frattempo morì la donna che era stata ferita.
-Adesso gireremo un film meraviglioso, perchè ce ne serve uno per il programma notturno della televisione di Pristina. Disse uno dei poliziotti serbi, e trascinò sul letto una ragazza di 15 anni, per violentarla.
Allora come oggi, quando ci penso, mi viene voglia di morire.
La ragazzina fu immobilizzata da tre uomini, e altri due la stuprarono e la pestarono, finché non morì. Quindi stuprarono la moglie di un mio conoscente, e per finire violentarono me. Quindi mi pestarono e mi amputarono un seno.
Poi mi buttarono giù dal letto e presero una giovane ragazza. Quando lei cominciò ad urlare e a chiedere aiuto, le strapparono le unghie delle dita. Alla fine, dopo che l’ebbero stuprata, portarono la ragazza via con loro. Anche gli uomini li portarono via con loro.
Io sopravvissi, ma la mia vita è diventata un inferno, che non se n’è più andato.
Tutti coloro che erano presenti hanno visto come io sia stata stuprata.
Anche i miei bambini l’hanno visto. Mio figlio l’hanno portato via con loro, ancora oggi, io non so nulla sulla sua sorte.
Mio marito l’hanno sbattuto in prigione, ma dopo la fine della guerra, precisamente dopo quattro mesi, l’hanno lasciato libero.
Io ero molto contenta che lui fosse sopravvissuto, ma non avevo alcuna forza di abbracciarlo.
Mi vergognavo tantissimo del fatto che lui dovesse vedere i segni della violenza che avevo subito. Anche oggi mi vergogno di fronte a lui. Lui mi abbracciò piangendo, mi fece le condoglianze per nostro figlio che era stato ucciso, ed abbracciò anche la ragazza.
Tutti noi piangevamo, come pure piangevano tutti gli uomini che erano radunati nel cortile.
Quando ci calmammo un poco, io dissi con voce piangente a mio marito che era una cosa buona che fosse ritornato. La casa non sarà senza un capofamiglia, ora io so che le nostre figlie hanno qualcuno al quale possono appoggiarsi.
Io dissi a mio marito che io, in quanto donna disonorata, me ne dovevo andare, perché mi vergognavo di fronte a lui. Ora che tu sei qui io so che le ragazze hanno un sostegno, ed io posso andare dai miei parenti, affinché tu non ti senta disonorato. Volevo continuare a parlare, ma i pianti e le lacrime di mio marito e delle mie figlie, mi interruppero.
-Tu non andrai da nessuna parte! Ribatté lui - Tu sei l’onore di questa famiglia, e se qualcuno qui è disonorato, quello sono io.
-Io avrei dovuto difendere l’onore della famiglia, non tu. Tu non hai colpa, ed eri e sei mia moglie. Mi disse mio marito.
Io, B B di Giakova, oggi mi sento ancora disonorata e sporca, ma vivo insieme a mio marito ed alle mie figlie, e spero che il mio unico figlio un giorno torni da me.


10. Le ustioni da sigarette

R N dei dintorni di Pristina, dopo la fine della guerra fu trovata legata nei locali della facoltà di giurisprudenza.
Durante l’ultimo mese, nessuno era andato da lei. Lei piangeva e continuava a raccontare le sue terribili esperienze.
Dopo che mi ebbero portata via da casa, mi portarono subito nei locali della facoltà di giurisprudenza, e lì mi spinsero nell’ufficio di un professore e mi ammanettarono.
Io non mi ricordo per quanti giorni non ho mangiato, non avevo alcuna fame, tuttavia avevo una sete indescrivibile. A causa della mancanza di liquidi le mie labbra erano screpolate e sanguinanti.
Dopo alcuni giorni uno dei barbari serbi mi ordinò di spogliarmi. Io mi rifiutai, allora uno dei poliziotti mi diede uno schiaffo e le mie labbra scoppiarono immediatamente; uno degli altri venne da me, prese con le sue dita un po’ di sangue dalle mie labbra e lo leccò.
-Come si vede, tutte le donne albanesi hanno il sangue dolce, e con il mio coltello io le assaggerò tutte. Disse lui con tono ironico, e cominciò a tagliuzzarmi i vestiti, finché io non fui completamente nuda.
Volevo fare qualcosa, ma ero senza forze. Due di loro mi tennero ferma ed uno abusò di me.
Come prima reazione graffiai il viso del mio violentatore con le unghie delle dita.
-Questo lo pagherai caro. Mi disse furente- tu le altre albanesi che si trovano qui, e tutte le albanesi che resteranno in Kosovo.
Uno degli altri violentatori mi legò di nuovo e mi lasciò nuda, sdraiata per terra, dopo essere stata sia picchiata, sia violentata.
Poi ordinò ad uno dei suoi colleghi di accendergli una sigaretta. Ne offrì una anche a me. Dopo che si fu calmato un po’ venne da me e mi disse: -Sono noto come Nenad Stojanovic, e ti farò un regalo che tu non dimenticherai per tutta la vita. Forse ti piace l’idea di continuare a vivere come una giovane ragazza carina quale sei, ma io non te lo permetterò a lungo.
Ti ucciderò in modo assolutamente lento.
Così dicendo prese la sua sigaretta accesa e la spense sul mio petto. Poi continuava ad accendersi sigarette, ed ogni volta le spegneva sul mio corpo.
Fu così che mi ustionò il corpo per alcune ore. Il mio corpo bruciava ed io urlavo per il dolore. Vissi una tortura della peggior specie che non avevo mai visto nemmeno una volta nei film, e che mai e poi mai mi sarei potuta immaginare.
E’ incomprensibile che gli uomini facciano cose del genere ad altri uomini, anche se si ha a che fare con il più malvagio dei nemici.
La notte successiva mi slegarono le mani e fui nuovamente violentata da altri del gruppo.
Non so con esattezza quanti abusarono di me, ma oggi, quando osservo il mio corpo, vedo centinaia di bruciature di sigarette, parole e tagli incisi su di me con dei coltelli.
R N interruppe tra le lacrime il suo racconto, a causa della traumaticità delle vicende vissute, non era veramente più in grado di proseguirlo.
Per lei la vita è amara, perché lei, da quei terribili giorni di aprile del 1999 porta su di sè il timbro delle sigarette.


11. Mi piacerebbe dimenticare ogni cosa

H G di Pristina si asciugò le lacrime, il suo corpo tremava, le sue mani erano in preda ad un fremito inarrestabile e, ora guardava sua figlia, ora verso la finestra.
Quindi cominciò il suo doloroso racconto: Pristina fu coinvolta nella guerra, per la prima volta, quando si udirono i bombardamenti, e, quando l’armata, la polizia, e le unita’ paramilitari cominciarono a portare via gli uomini dalle loro case.
Io non avevo mai aperto la porta a nessuno, e, quando ci portarono via da casa, non avevo nessuna forza di andare a bussare altrove.
Non si dice invano che chi ha la pancia piena non crede a chi è affamato.
Io mi consideravo un’intellettuale, e mi ero legata a quelli che erano contro la guerra, perché noi eravamo abituati che alcuni rimanessero uccisi nel corso di marce di protesta, che altri protestassero, che altri soffrissero, ma noi speravamo che avremmo vinto diversamente.
Quando ci portarono via da casa e presero con loro mio marito, io lo sentii che imprecava tra sè e sè di non essersi aggregato al UCK, poi lo misero su di un veicolo, e lui mi disse con voce piangente: --Io non ci guadagno nulla che si pianga per me, perché non muoio da eroe.
Da eroe con un fucile in mano, ma come un vigliacco, come uno stupido, che non ha preso parte alla lotta di liberazione del suo popolo.
Io vidi che mia figlia cominciò a piangere forte, quando il veicolo si mosse. Tirarono fuori dalle loro case anche i nostri vicini. Ispezionarono anche altre case e dopo aver fatto prigionieri tutti gli uomini, portarono tutte le donne alla scuola comunale Naim Frasheri.
Eravamo circa i venti, soprattutto giovani donne. Due che avevano più di quaranta anni le uccisero subito. Uccisero anche un uomo anziano.
Durante la prima notte non si vide nessuno, ma al mattino successivo vennero e ci spogliarono completamente. Presero con loro due ragazzine, noi non sapemmo che cosa accadde loro.
Le ragazze non fecero mai più ritorno.
Il giorno dopo arrivarono alcuni soldati e presero con loro sette donne che gli piacevano.
Quando infine portarono via anche mia figlia, io ebbi la sensazione che mi si fermasse il cuore.
La riportarono cinque ore più tardi completamente coperta di sangue.
L’avevano violentata e l’avevano tagliuzzata sul corpo in parecchi punti.
Lei mi disse a bassa voce- Ti prego mamma prendi una sedia e colpiscimi sulla testa, affinché io muoia e non mi senta così umiliata, ti prego.
Per la disperazione e la preoccupazione che provavo per lei io urlai e piansi, ma nessuno ci sentì e nessuno volle sapere niente di noi.
Due giorni dopo portarono via delle altre donne e non le ricondussero più in dietro.
Il giorno successivo portarono via me e mia figlia, fummo violentate contemporaneamente. In quel momento compresi quanto mia figlia desiderasse la morte.
Io non riesco a ricordarmi che cosa mi accadde, perché ero troppo preoccupata per mia figlia. Quando provai a picchiare uno di loro, lui si allontanò da me, e non andò avanti a violentarmi.
Ma mi legò e cominciò a strapparmi le unghie delle dita, con delle tenaglie elettriche.
Mia figlia la rimandarono indietro nella stanza in cui ci tenevano rinchiuse. Mi costrinsero ad essere presente agli episodi di violenza carnale che seguirono, e si parla di più di venti donne che loro stuprarono.
I giorni passavano ed io sempre ancora lì tutta legata, senza aver ricevuto nulla da mangiare e nulla da bere.
Alcuni giorni dopo mi rinchiusero in cantina assieme ad altre sei donne della mia età, e, nel frattempo, ogni giorno, loro violentavano le ragazze giovani.
Solo Dio sa quanto io abbia pianto, urlato e sofferto nel corso di quelle giornata.
Ero costretta a vedere i giovani corpi tremanti, e ad ascoltare grida e pianti pieni di dolore.
Condivisi le loro sofferenze, la mia anima ferita mi faceva male.
Ancora oggi mi domando come un uomo che è stato spettatore di certi avvenimenti, non perda completamente la ragione.
O come un uomo possa non morirne. Ma se dio vuole che un uomo debba continuare a vivere, allora lui continua a vivere, ma tenendo ben presente e vivo dinnanzi a sè ciò che gli è accaduto.
Ora io capisco la forza di Dio, ora io capisco che cosa significa, quando Dio dice che ci si deve sacrificare.
O forse Dio ha perso il suo potere sugli uomini, ed il diavolo che si chiama SHKA ha preso il Kosovo nelle sue mani e fa tutto ciò che gli piace. Soprattutto là nel Kosovo, dove non ci sono ragazzi dell’ UCK.
Io so che ora non ho nessun diritto di citare l’UCK, perché io e la mia famiglia non abbiamo fatto nulla per collaborare con loro; ma se io non avessi avuto la speranza, che loro sarebbero riusciti ad annientare le forze serbe, oggi non sarei qui, né sarebbero oggi qui le altre donne che là ogni giorno erano torturate dai mostri serbi, che non erano mai sazi di sangue albanese.
Quando fummo feriti e torturati, ci consolammo con le parole che Dio non permette che una zona della terra stia nella sofferenza senza darle anche un salvatore. Perciò il Kosovo ha avuto anche giovani che hanno impugnato le armi ed hanno difeso la patria. Talvolta noi desideriamo che nessuno di noi muoia, affinché anche in futuro possiamo portare testimonianza di queste gesta efferate.
Quando i serbi mi violentarono, io feci fuggire i miei figli verso l’ovest per salvare loro la vita.
Li feci fuggire, perché loro non mi ostacolavano, anzi avevano preso le armi per difendere la patria.
Oggi mi piacerebbe dire in piena libertà il mio nome ed il mio cognome, se non fosse per i miei figli, che sarebbero pienamente d’accordo se lo venissero a sapere, su ciò che la loro mamma e la loro sorella hanno fatto per resistere.
Quando, dopo la guerra, un mattino, mio figlio più grande fece ritorno a casa, mi disse:
- Mamma, anche se loro vi hanno arrestato, picchiato e torturato, ciò è più facile da sopportare di quel che sarebbe se vi avessero violentato.
Io ci restai di sasso: lui oggi non sa ancora che noi due siamo state violentate, lui crede che io oggi sia afflitta perché mio marito è stato assassinato, insomma, lui non conosce la verità su ciò che ci è accaduto. Talvolta mi piacerebbe dimenticare tutto ciò che è accaduto, ma conoscerei io il valore della libertà, se dimenticassi tutte queste disgrazie? Io so che mi rimarranno dentro ancora per lungo tempo, le orribili cose che ci hanno fatto i serbi di Slobodan Milosevic.
Ma io non voglio morire, perché mi piacerebbe vivere l’indipendenza del Kosovo; solo allora morirei in pace, perché sarei sicura che i miei nipotini non potrebbero essere violentati dai barbari serbi.


12. La marcia verso la morte sicura

Arbenita non ha mai più rivisto sua sorella da, quando loro furono separate dai poliziotti serbi mentre viaggiavano con la colonna di persone, che si dirigeva verso la stazione.
Lei non riusciva a credere che la sua sorellina di sedici anni fosse morta per le torture che aveva subito dai serbi.
Arbenita tutti i giorni si metteva seduta per ore ed ore di fronte alla porta di casa ed aspettava.
Attendeva con trepidazione che sua sorella tornasse.
Gli inquirenti del tribunale di Haager avevano atteso a lungo che lei cominciasse ad esporre il suo racconto su ciò che era accaduto a lei e alla sua sorellina: vi erano ancora dozzine di donne che come noi erano state separate dai poliziotti serbi e dai soldati, ed io non pensavo che tutte loro fossero state violentate.
Avevo un po’ di denaro con me e speravo che con questo mi sarei potuta salvare.
Quando loro ci mandarono in una bella casa del centro di Arberia, io pensai che ci volessero soltanto derubare e poi rilasciare.
A sera arrivarono inaspettatamente dieci poliziotti serbi nella stanza dove ero con altre quattro donne.
Ci ordinarono di toglierci i vestiti, mia sorella cercò di saltare dalla finestra, ma i poliziotti serbi riuscirono a prenderla e cominciarono a picchiarla.
La pestarono sul seno, sullo stomaco e sui genitali, quanto più poterono.
Lei giaceva ancora lì da qualche parte e uno cominciò a toglierle i vestiti con il coltello.
Per il dolore non riusciva più a piangere.
Noi piene di paura, vedemmo che lei con le unghie grattava il pavimento, quando cercò di colpire uno di loro, un altro poliziotto la colpì sulla testa con il calcio del fucile.
Lei perse conoscenza, io tentai in ogni modo di liberarmi dal poliziotto che ci teneva sotto controllo e che ci costringeva a guardare.
Mia sorella non dava più alcun segno di vita, ma quando io le feci scivolare un po’ d’acqua sul viso, provò a dire qualcosa. Io cominciai a piangere.
Il poliziotto che mi controllava venne da me e mi costrinse a sdraiarmi minacciandomi con il suo coltello.
Mi accorsi che intendeva violentarmi, così prontamente afferrai un vaso vicino e lo colpii sulla testa.
Lui si rialzò subito, mi inchiodò al tavolo e fece ciò che aveva programmato.
Non c’e niente di peggio che possa capitare a uno nella vita, non c’e nulla che possa maggiormente umiliare o mortificare qualcuno.
Anche se io vivessi a lungo, sarei comunque già sin d’ora completamente morta.
La stessa cosa che fecero a me la fecero anche ad un’altra donna.
Io provai a scappare ma mi presero e mi strapparono le unghie con una tenaglia.
-Vedi le mie mani? Mi credi ora? Chiese Arbenita ed indicò le sue unghie.
Da allora lei non ha mai più rivisto sua sorella.
Mi tennero prigioniera giorni e giorni e mi violentarono parecchie volte.
Io notai che loro violentarono anche altre albanesi, che in parte morirono.
Non so dire quante ragazze morirono nelle mani di questi carnefici, soldati e poliziotti.
Non riesco a ricordarmi chi mi abbia portato via, so soltanto che dopo la guerra, ebbi paura di far ritorno a casa.
Non riesco ancora a credere, che la guerra sia finita.


13. Scopo dei poliziotti era il pozzo di mio zio


La guerra era cominciata mesi prima ed io ero l’unica della mia famiglia ad essere rimasta nel villaggio.
Dopo l’arresto di mio fratello io ero costretta a rimanere lì, poiché il bestiame era la nostra unica speranza di sopravvivenza e bisognava prendersene cura.
Nell’anno 1999 ero circondata e non c’era più nessuna speranza di attraversare l’anello di ferro: dell’armata, della polizia e delle unità paramilitari che avevano accerchiato Drenica e Dukagjin.
Oltre a me c’erano anche quattro figlie di mio zio che abitavano nel villaggio.
Dopo poco tempo le nostre case furono organizzate come centri di raccolta per donne e bambini.
Dovevamo cuocere il pane per più di trenta persone, e da noi non c’era un solo uomo.
Quando le forze nemiche vennero più vicino, di notte andavamo nel vicino bosco e di giorno facevamo ritorno a casa per preparare il cibo e per badare al bestiame.
Per il freddo gelido e per la paura la nostra vita si trasformò in un orrore.
Dopo qualche giorno, a causa del freddo gelido, ci ammalammo.
La vita nel bosco divenne insopportabile.
Le forze serbe ci presero di mira e ci osservavano, quando accendevamo il fuoco.
Un freddo giorno di febbraio tornammo nelle nostre case perché cinque dei bambini più piccoli si erano ammalati.
Le forze serbe erano in continuo movimento. Una donna dei dintorni di Klina prese con sè i suoi bambini ammalati e altre due figlie, scappò insieme ad un'altra donna con i suoi tre bambini.
Eravamo, allora, soltanto in ventuno giovani donne, nove delle quali erano minorenni.
Rimanemmo fuori di casa e non potevamo accendere alcun fuoco perché avevamo paura che i barbari serbi ci scoprissero. Erano sempre di più.
La strada era bloccata a causa dei molti cumuli di neve. A causa del tempo eravamo costrette a rimanere là dove eravamo.
Dopo alcuni giorni finimmo le scorte di generi alimentari e avevamo solo il cibo strettamente sufficiente per restare in vita, soltanto un po’ di latte e ancora meno farina.
Io non riesco a ricordare la data precisa di questi avvenimenti, perchè avevamo perso la cognizione del tempo.
La scarsità di generi alimentari fecce il resto.
Inaspettatamente e senza bussare i soldati serbi e i poliziotti sfondarono la porta ed entrarono nella stanza.
Senza chiedere e senza riguardo della nostra reazione, uno di loro cominciò ad accarezzare mia cugina Nera sui capelli.
Lei aveva appena 14 anni e tra noi era in assoluto quella più spaventata.
Lei scacciò la mano del soldato ed egli si arrabbiò per la sua reazione.
-Io sono dio per gli albanesi e non tollero alcuna offesa. Disse lui e a mani nude picchiò la piccola Nera più forte che poté.
Lei si piegò in avanti, ma non pianse. Lui provò a riprenderla, ma lei scappò fuori.
Così lui ordinò di legare mia cugina. Due dei poliziotti le legarono le mani. Lui la mise sulla neve gelata e la violentò. Lei pianse e gridò aiuto, ma noi avevamo paura e non osammo aiutarla.
Guardavamo inorridite, avevamo nascosto un fucile automatico sotto la coperta, ma non potevamo tirarlo fuori perché i poliziotti erano nella stanza.
Quando molti di noi riuscirono ad attirare l’attenzione dei violentatori di nostra sorella Nera x, il cui nome non è detto per proteggerla, la sorella di Nera e quelli che avevano più esperienza tra noi tirarono fuori il fucile automatico e spararono contro i barbari all’interno della stanza.
Tutti e cinque caddero al suolo e io fui ferita alla gamba: gli altri che si trovavano fuori non reagirono, perché probabilmente pensavano che si stava sparando contro di noi.
Ma dopo due lunghi minuti i poliziotti entrarono e mentre lo facevano dicevano che anche a loro interessava assistere allo spettacolo.
La sorella di Nera decise di sparare ad uno dei poliziotti, ma un altro da fuori sparò dentro e lei cadde a terra morta. Uno di loro poi la tirò fuori per un braccio e dopo ci ordinò di uscire fuori.
Quindi la trascinò fino al pozzo dello zio e la gettò dentro.
Anche Nera non si muoveva più. Era morta.
Uno dei maiali cani la violentò di nuovo, anche se era già morta.
Lui vide noi, mentre lo guardavamo e vide i suoi amici che ridevano di lui. Allora prese il corpo della ragazza e lo gettò nel pozzo. Afferrò poi la mia mano e visto che io mi opposi mi colpì al petto con il suo coltello.
Sangue e brandelli di vestiti caddero al suolo. Io cominciai ad urlare e vidi come in un sogno, che uno dei poliziotti stava violentando anche G di 13 anni. Alcuni minuti dopo lo stupro, dalla neve gelida G provò a reagire, ma lui con la sua testa la colpì più forte che poté.
Lei era piena di sangue in tutto il corpo e non riusciva più a sopportare il dolore. Non mi fu chiaro se morì subito, ma mentre io piangevo per il dolore, vidi lo stesso serbo che aveva violentato G, trascinarla fino al pozzo degli orrori e gettarcela dentro.
Poco dopo ci gettarono dentro anche SH, io non avevo visto se lei era stata violentata o no, comunque riuscì a vedere che quando la gettarono nel pozzo lei era ancora viva ed era ancora nuda.
Quando nel bosco vicino si udirono degli spari il poliziotto che mi violentava, si alzò.
A mezzanotte mi nascosi dietro a una siepe di fiori così velocemente che nessuno se ne accorse. Due dei poliziotti spararono contro le ragazze che erano rimaste e le uccisero tutte.
Due delle ragazze morte le gettarono nel pozzo. Poi scapparono dal villaggio lungo il pendio e mi abbandonarono ferita.
Ancora oggi, quando vedo del bianco davanti a i miei occhi, queste immagini terrificanti mi ritornano alla mente e oscurano la mia vita per sempre.


14. Voi potete godere della libertà,
a me restano le ferite per piangere

Dal suo villaggio nei dintorni di Gjilan, quel giorno ER era arrivata all’aeroporto SHIPHOL in Olanda. Il suo viso pallido richiamava di più quello di un cadavere che quello di una persona ancora in vita.
La ferita che ancora ricopriva tutta la metà sinistra del suo volto, si era cicatrizzata ed aveva assunto uno strano colore. Lei si sedette lentamente e quando notò le telecamere che erano puntate su di lei abbassò il volto e cominciò a piangere. Si ebbe l’impressione che le lacrime fossero l’unica cosa calda che era rimasta sul suo corpo.
Tutto il resto in lei appariva morto. Quando la moltitudine di persone stanche e tristi che si trovavano in aeroporto andò via, lei si agitò e il suo respiro divenne sempre più affannoso. L’albanese che guidava il gruppo si avvicinarono per tranquillizzarla e le disse che nell’atrio erano rimaste molte donne, e che tutte loro erano state violentate.
ER non piangeva soltanto per la propria sorte, ma anche per la sorte di tutte le albanesi sfortunate.
Quando la capogruppo cercava di tranquillizzarla, lei terrorizzata le domandava sempre:
- Tutte loro sono cadute come me nelle mani dei criminali?
Sempre le tornavano le lacrime, quando si ricordava delle colonne di fuggitivi in Kosovo.
Dopo che le persone furono accompagnate nei campi di accoglienza, giunsero le ambulanze. ER si alzò e salì con altre sedici donne sull’ambulanza. Era uno spettacolo tremendo, perché tutte quante piangevano. Il viaggio fu lungo e difficile, ed ER pianse in silenzio tra sè e sè per tutto il tempo, e quando l’accompagnatrice si sedeva vicino a lei, lei diceva:- Perché non ci lasciate morire, visto che noi non possiamo vivere?
-Ascolta sorella, la vita deve continuare, tutte noi abbiamo delle ferite, alcune di noi ne hanno di più grandi ed altre ne hanno di più piccole. Disse l’accompagnatrice.
-Ma perché dovrei vivere, come dovrei vivere?Adesso, poiché…Lei voleva dire qualcosa, ma teneva tutto dentro.
Il suo corpo tremava come il ramo di un albero in inverno, ed il suo respiro diventava sempre più affannoso.
-Se continui così devo farti prendere dei tranquillanti, disse l’accompagnatrice alla ragazza. Tu devi restare forte, tu sei viva, perciò prega Dio che anche i tuoi parenti siano in vita.
Una cosa dobbiamo sempre tenere ben presente. Indipendentemente da ciò che possa capitare ad uno, la vita deve continuare, le dissi.
Io non ho alcun motivo per vivere, io non voglio vivere, disse ER.
Loro mi hanno violentato, davanti agli occhi di mio padre e di mia madre. Quando i miei genitori cercarono di aiutarmi furono uccisi dai criminali serbi.
Uccisero i miei genitori dopo che avevano visto che io ero stata stuprata e che si continuava ad abusare di me.
Due si allontanarono da me, ed uno di loro aveva lasciato vicino a me il suo fucile automatico.
Io lo presi velocemente e lo puntai nella loro direzione. Non so se ci furono morti, ma io ho visto due feriti. Un altro, che era un po’ lontano da me, mi colpì al volto con il suo fucile, mi gettò a terra e davanti ai miei occhi violentò la mia nipotina di quattordici anni.
Non riuscii ad aiutarla, e mi morsi le mani perché questo incubo era insopportabile. Uno dei poliziotti, che era un po’ lontano, venne dai suoi amici e quando vide che erano morti, portò via dalla casa la moglie di mio fratello e i loro tre bambini. Quindi li uccise.
Ma non si accontentò di ciò. Da un'altra casa prese mia zia e alcuni mutilati di guerra e delle persone ferite. Dopo che ebbero ucciso tutti gli uomini,cominciarono a violentare tutte le donne. Dopo che quel farabutto di poliziotto che aveva violentato la mia nipotina di quattordici anni disse che lei era morta, l’altra mia zia si avvicinò alla ragazza e urlò così forte che io credetti che i monti e i prati di tutto il Kosovo stessero piangendo.
Poco dopo i barbari serbi cominciarono a sparare incontrollatamente in aria, ma scapparono subito perchè i soldati del UCK si erano chiaramente accorti di loro. Se i nostri soldati non fossero venuti ad aiutarci, adesso saremmo tutti morti. Tuttavia ci furono dieci persone uccise,due donne violentate a morte e alcuni feriti. Eravamo in otto noi donne violentate,che eravamo rimaste sdraiate.
I soldati del UCK provarono ad aiutarci e a consolarci. Forse la situazione mi sarebbe più chiara se mio fratello non si fosse aggregato ai soldati del UCK e se non mi avesse trovata violentata,e se poi non avesse cercato di consolarmi.
Io esortai mio fratello a darmi un proiettile, perché io notai,che era stato un errore non andare via insieme con lui. Lui mi guardò comprensivo e disse: tu devi per prima cosa guarire dalle tue ferite, la patria non ha bisogno di te subito.
Ora posso dire:-Gli altri possono godere della libertà, io non ho più bisogno della vita.

15. Mi salvò la pioggia battente.

La diciassettenne RS veniva dai dintorni di Obilio.Teneva la testa sempre abbassata, ma non riusciva a nascondere le ferite da taglio che aveva in testa. Queste ferite da taglio rendevano non soltanto lei, ma tutto quanto era intorno a lei brutto e triste da vedere.
Tristemente strinse insieme le mani e il tremore del suo corpo interrompeva ogni frase.
Il tremore divenne sempre più incontrollato, ma con le forze che le rimanevano si morse le labbra e disse: -I dintorni di Obilia cominciarono ad assaporare la guerra subito dopo il massacro di Prekaz.
Visto che non potevamo andare in nessun posto che fosse più sicuro, rimanemmo a casa. Ci furono giorni, nel corso dei quali aspettavamo soltanto che la polizia facesse irruzione a casa nostra.
Ogni giorno passavano Panzer e altri mezzi da guerra.
Se avevamo perdite da lamentare, organizzavano cose feroci lungo il loro percorso: uccisero, fecero ostaggi, violentarono e commisero ogni atrocità che venne loro in mente.
Noi eravamo molto spaventati, come tutti gli altri lungo la strada principale di Pristina–Mitrovica.
A causa delle bombe che continuavano a cadere non potevamo nè dormire nè mangiare.
Alcuni giorni prima del bombardamento noi arrivammo nel villaggio vicino, che si trovava nella direzione di Lap. Là vi erano più di 10000 abitanti.
Quando il bombardamento iniziò ve n’erano ancora di più.
Non si sapeva più che cosa era accaduto, noi eravamo accerchiati da tutte le parti e le case del villaggio di Borileva erano troppo piccole per ospitare tutti i fuggitivi.
Per questo motivo, trascorremmo i giorni e le notti seduti. Non c’era alcun posto dove sdraiarsi a dormire, ma anche se avessimo avuto abbastanza spazio, a malapena uno di noi sarebbe riuscito a dormire.
Tutti aspettavamo senza alcuna speranza e ci preoccupavamo per i bambini piccoli.
Nessuno lo diceva apertamente, ma tutti quanti pensavano questa sola cosa: speriamo che si salvino almeno i bambini.
Il giorno che noi avevamo temuto così tanto, arrivò.
I mostri serbi entrarono nel villaggio: innanzitutto si impossessarono degli oggetti d’oro e del denaro, poi separarono gli uomini dalle donne.
Uccisero mio fratello davanti ai miei occhi, perché lui non fu in grado di consegnare oggetti di valore ai poliziotti imbarbariti.
Io corsi da mio fratello e lui mi guardò, come se volesse dirmi qualcosa. Ma poi chiuse gli occhi per sempre. Alcuni proiettili l’avevano colpito al petto, la sua camicia aveva il colore rosso scuro del sangue.
Io strinsi i pugni ed imprecai sommessamente e senza forze, ma non crollai.
Uno dei poliziotti mi afferrò per i capelli e mi allontanò dal petto di mio fratello. Da lì ci portarono a Prishtina.
Il pensiero di mio fratello ucciso, che io dovetti lasciare là sdraiato sul pavimento, da allora non mi ha più lasciato.
Sarebbe stato meglio se si fosse arruolato, disse mia madre sommessamente e corse lontano tirando per una mano la mia sorellina.
Lei non voltò nemmeno una volta la testa verso di me.
Una donna di questo villaggio mi prese per un braccio, ma io camminavo sempre più lentamente. So che qualcuno mi dette dell’acqua, e che io ripresi un po’ coscienza, ma ciò, mi aiutò molto poco.
Davanti alle porte di Prishtina era posizionato un altro gruppo di poliziotti. Questa volta separarono soltanto le donne dalla colonna.
Ad un certo punto dovetti anch’io separarmi dalla colonna.
Quando la polizia serba mi separò dagli altri la donna che mi aveva preso per un braccio mi consigliò di restare calma e di non dire in giro che i militari avevano ucciso mio fratello.
La colonna proseguì il suo viaggio, uno dei poliziotti mi bloccò e mi portò in una casa che si trovava nelle vicinanze.
Quando arrivammo là lo supplicai di slegarmi le mani, ma lui semplicemente mi guardò e mi buttò per terra.
Una sera un altro poliziotto serbo mi portò via con un veicolo e mi condusse dall’altra parte di Pristina, là c’erano altri tre poliziotti, e uno di loro, subito dopo il mio arrivo, cominciò a spogliarmi.
Le mie mani erano legate e nè le mie lacrime, nè le mie suppliche lo commossero.
Due mi violentarono, un terzo venne da me e mi tagliò la faccia, come se fossi stata un pezzo di formaggio e non una persona.
Il sangue caldo cominciò a scorrermi lungo i capelli ed io supplicai Dio che il mio sangue non smettesse di fuoriuscire, così che potessi morire il prima possibile.
Io pensai che non avrebbero più abusato di me, ma uno di loro venne da me, mi violentò, quindi leccò il mio sangue e disse ai suoi amici:
- Guardate, bevo sangue albanese.
Soltanto Dio sa quanto a lungo loro abbiano ancora abusato di me, ma una pioggia battente li interruppe. Se ne andarono e mi lasciarono là sdraiata per terra.
Anche se io oggi provassi nella vita normale a voltare pagina, mi paralizzerebbe il pensiero che qualcuno conosca la verità.
Ogni volta che mi tocco il viso, mi assalgono questi orribili ricordi e la mia vita perde ogni valore.

16. Quel giorno pianse anche Prishtina

La giovane ragazza di Prishtina concluse il suo racconto, io non riesco a ricordarmi da quanto tempo fosse cominciato il bombardamento.
Noi ci nascondevamo nella cantina di casa, complessivamente eravamo in venti persone del nostro parentado, che avevamo trovato rifugio in quel luogo. Avevamo messo al sicuro abbastanza generi alimentari, ma a causa della paura non riuscivamo più né a mangiare né a rimanere seduti.
Talvolta qualcuno usciva dalla casa per vedere che cosa stava succedendo agli altri.
Le novità le sentivamo soltanto attraverso le radio straniere e i canali della televisione.
Dopo il massacro di Obiliq tutti quanti fummo sopraffati dalla paura.
Attendevamo da giorni che loro venissero a tirarci fuori dalle case.
Le due mogli di mio fratello ed io avevamo il terrore di abbandonare la cantina o di fuggire dal kosovo.
Noi non fuggimmo nemmeno, quando la gran parte del kosovo si dette alla fuga. Era un mattino gelido e il sonno ci aveva sopraffatto.
I calci sulla porta erano così forti che io per un istante pensai che la casa stesse tremando.
Quando mio padre aprì la porta, alcuni poliziotti serbi si precipitarono dentro e per prima cosa rivoltarono la culla in cui si trovava il bambino.
La moglie di mio fratello cominciò ad urlare si precipitò verso la culla che era stata rivoltata, ma il poliziotto la colpì alla testa con il calcio del fucile e lei cade a terra svenuta.
Il pianto del bambino si faceva sempre più forte e disperato.
Io ero tremendamente spaventata tuttavia non mi allontanai dalla culla.
Decisi di prendere in braccio il bambino, ma uno dei poliziotti mi prese per i capelli e mi trascinò fuori dalla casa.
Là fuori vidi che loro avevano radunato parecchi uomini nel nostro cortile. Molti di questi uomini non li conoscevo, ma tra loro riconobbi anche i miei vicini.
Un poliziotto serbo dette l’ordine di legare gli uomini.
Tutto il mio corpo tremava e non avevo nessuna forza per difendermi, ma non avevo voglia di obbedire all’ordine.
Il poliziotto serbo notò che io ero contrariata.
Per prima cosa picchiarono gli uomini con delle catene.
Questi non avevano più nessuna forza di opporre resistenza, poiché intorno a loro vi erano dozzine di altri poliziotti serbi e di soldati tutti pronti a sparare subito.
Pensavo che con questa scena tutto si sarebbe concluso, ma inaspettatamente arrivò un camion chiuso, sul quale tutti gli uomini furono fatti entrare uno per uno.
Credevo che ci avrebbero imprigionati tutti, ma i barbari separarono gli uomini dalle donne e poco dopo portarono dentro altre donne.
Non so dire con precisione quante donne fossero, ma quando fui condotta alla cantina, questa era gia strapiena di altre donne albanesi.
Lì attendevano pronti altri cinque poliziotti serbi.
Se soltanto avessimo un’arma, dissi io ad una donna sconosciuta, nei cui occhi credetti di vedere un qual certo coraggio.
-Adesso a Prishtina volete anche armi. Mi rispose lei.
Già ci avete condannato per questo da Drenika, quando i nostri uomini sono andati in guerra e abbiamo combattuto il nemico.
Adesso sarebbe tropo tardi. continuate tranquillamente sulla vostra pacifica strada. Io ebbi l’impressione di guardare nel vuoto e non capii nulla.
A questo punto un altro poliziotto entrò nella stanza e ci divisero in due gruppi.
Il primo gruppo fu condotto in un posto a me sconosciuto.
Noi sei donne rimanemmo lì, con il primo gruppo portarono via anche mia cognata e i bambini.
Ancora oggi non so dove furono mandati. Né abbiamo ritrovato i loro cadaveri, né sappiamo che cosa sia accaduto a loro e al lattante.
Verso sera uno dei poliziotti serbi ci ordinò di spogliarci,
arrivarono anche altri poliziotti e ci legarono.
Mi condussero nella stanza degli ospiti e quando vidi un poliziotto mezzo nudo, compresi che sarei stata violentata.
In quel giorno per la prima volta io compresi che la lotta del UCK era sacrosanta.
In questo momento io capii anche, che cosa significa, quando un popolo non è unito.
In quel giorno noi dovemmo pagare con il nostro corpo la disgregazione della nostra guida politica.
Se noi fossimo stati organizzati meglio, non ci sarebbero state violenze carnali.
I molti arresti non avrebbero avuto luogo.
Io vidi sul pavimento persone legate e accucciate sui talloni, piansi e urlai.
Ma nessuno udì il mio lamento, nessuno poteva aiutarmi.
I poliziotti si davano continuamente il cambio, uno dopo l’altro, e io dovetti lasciare che tutti si sdraiassero su di me.
Era insensato ribellarsi. Io dovetti pensare alla donna che mi aveva detto che né Drenika né UCK avevano annientato il nemico.
Il settimo giorno sentii due poliziotti serbi che parlavano di una persona morta, ma non riuscii a sentire se si trattava di una donna oppure di un poliziotto.
Anche nella notte successiva udii il rumore della porta che ben conoscevo.
Pensai che sarebbero rientrati di nuovo, cominciai a tremare e a piangere dalla paura, ma quando la porta si aprii entrò piano la donna di Drenica che mi dette un cappotto e disse: - Se riesci a correre vieni con me, ma prima dobbiamo uccidere le guardie.
Io mi alzai e rimasi un po’ in piedi, ma poi cascai per terra di nuovo.
Quando lei uscì io pensai che fosse andata via, ma tornò indietro e disse che gli altri restino pure a badare a se stessi, noi non possiamo salvarli.
Dopo siamo scappate, ma io non riuscivo a correre veloce come lei.
Lungo la strada vidi che anche nelle case dei vicini c’erano molti poliziotti.
Non appena abbandonammo il centro cittadino spuntò il sole.
Entrammo in una casa e là trovammo abiti e cibo, ma non avevo appetito.
Verso mezzogiorno lasciammo la casa e andammo in stazione.
Prishtina era più silenziosa che mai, sembrava che nella città non ci fosse più nulla di albanese.
Piansi per la città, per me stessa e per le persone che erano rimaste là.
Piansi per i morti e per i vivi, e una pioggia fine cadde dal cielo come corre il treno.
Quel giorno mi sembrò che piangesse anche Prishtina.


17. Lei resterà pazza per sempre.
Al mattino non si riusciva a capire se Drita fosse soltanto

tranquilla o se dopo la notte difficile che aveva passato,

si fosse addormentata. Per quanto sua sorella fosse li
accanto, lei non apri gli occhi. Aveva lo sguardo rivolto

verso la finestra e sembrava che stesse osservando gli
uccelli che giocavano là fuori. Quel giorno lei non provò

neppure muoversi. Probabilmente aveva bisogno soltanto
di tranquillità. Sperava che il farmaco che aveva preso al
mattino facesse effetto in fretta. Sul far della sera, lei prese il
suo farmaco, ma ci fu comunque una notte piena di dolore. Il

medico preoccupato, chiamò i membri della sua famiglia. Lui

dubitava che qualcuno riuscisse a destarla dal suo incubo.
Le profonde ferite sul suo viso completamente dilaniato,
che mai sarebbero del tutto guarite, e il suo bizzarro taglio
di capelli non facevano presagire nulla di buono riguardo
al suo destino. Le ferite sulla sua testa facevano apparire i
suoi occhi azzurri come la sorgente ancora più incavati.
Lei si sentiva come una bambola che viene sballottata tra
la vita e la morte. Dello stesso tenore erano anche le sue

parole: lei discorreva della vita e di ciò che aveva vissuto,
ma poi parlò confusamente anche della morte e di alcune

situazioni, che noi proprio così non avevamo né visto, né

vissuto. La dottoressa venne verso di lei e le accarezzò la
mano. Drita la guardò e le lacrime le inondarono le guance.
Sua sorella lasciò agitata la camera, per non dover vedere

la sorella che piangeva.

“Io non potrò mai essere una madre, non potrò mai dare alla
luce dei bambini e non avrò mai una famiglia mia”, disse

Drita sommessamente alla dottoressa.

“Io non sperimenterò mai che cosa significhino l’amore e una
famiglia felice. Mai! Ciò che provo io, è un profondo vuoto

interiore, la vita senza persone intorno a me! Proprio come

adesso io avrò sempre un’anima incatenata! Non riesco a

muovere le mani, e tu mi chiedi di stare calma? Io dovrei

sopravvivere? - Drita abbassò di nuovo la testa - questo è

impossibile!”


La sua voce bassa ricordava appena le persone che,
l’ultima notte, mentre lei piangeva, urlava e chiamava aiuto,
le avevano fatto del male.
Urlava così forte che qualcuno, sentendo le sue grida
così fuori del normale, avrebbe anche potuto chiamare la


clinica neuropsichiatrica. Ma le sue parole erano ancora più

violente dei pianti disperati. Parlava del suo bambino che
durante la violenza carnale era stato ucciso. Nonostante
l’ottenebramento dello spirito, avvertiva fortemente il dolore
della perdita.

Quando nessuno più se l’aspettava, cominciò a raccontare
le sue terribili esperienze:

“Loro ci fermarono e ci tirarono giù dalle macchine; mia
suocera, che aspettava il suo primo nipote, mi disse che
non dovevo avere paura.

Quando si accorsero che ero incinta mi dissero: tira fuori

tutto l’oro che hai se vuoi vivere. Io naturalmente glie lo diedi
tutto e quando dissi loro che non ne avevo più, uno di loro mi

disse: questo bambino è anche mio, non è solo di tuo marito!

Io non risposi per non provocarlo ulteriormente. Uno di loro
venne da me e mi disse che voleva possedermi, poiché
non aveva mai posseduto una donna incinta, e tantomeno
un’albanese incinta. Io vidi che lui, una vota spogliato, mi si

avvicinava, e allora mi mancarono le forze. Mi strinsi forte
a mia suocera. Io la voglio! Urlò lui e ordinò a due soldati
di immobilizzarmi. Lui mi scoprì la pancia e mi urlò che

avrebbe ucciso il mio bambino se non fossi andata con

lui. Avevo una paura tremenda, in fin dei conti mi trovavo

all’ottavo mese di gravidanza. Io gli urlai nella sua lingua
che Dio si trovava al di sopra di ogni cosa e che lui avrebbe

dovuto conformarsi alla misericordiosa volontà di Dio! Ma lui

mi colpì violentemente al seno, quindi mi colpì sul ventre ed
io caddi a terra priva di sensi. Quando ripresi conoscenza,
mi accorsi che mi stava violentando alla presenza di mia

suocera e di mio marito. Mio suocero l’avevano ucciso e

mia suocera piangeva china su di lui. Il mio tormentatore mi

sputò addosso e quando provai ad alzarmi in piedi, questo

bastardo mi colpì forte all’addome con il calcio del fucile. Il
dolore che provai è indescrivibile. Da quel giorno il dolore ed


il terrore non mi abbandonarono mai.
Alcuni giorni più tardi io partorii nella valle di Bllace, ma il
bambino era già morto. Fui portata a Skopje, poiché avevo
forti emorragie che non si riusciva ad arrestare.
Li mi tolsero l’utero.


Mi fu detto che era l’unico modo in cui mi sarei salvata. Mio

marito mi disse che la mia vita aveva un grande valore, ma
io so bene che lui non potrà più vivere con me e che non mi
amerà più. Non ho nessun motivo per vivere. Perché dunque
dovrei calmarmi?” Disse lei e prese improvvisamente a
chiamare il suo bambino morto, che non c’era più a causa
delle violenze subite da sua madre per mano dei soldati e
dei poliziotti serbi. Di fronte al suo dolore, nessun conforto e

nessuna parola hanno significato.



18. Lui abbandonò me e i bambini.
Gli abitanti di Prishtina cominciarono ad urlare quando

il bombardamento cominciò. Io non avevo né denaro né

coraggio. La donna della casa nella quale abitavo invece
non si mise ad urlare perché era già troppo vecchia. Suo

figlio e la moglie di lui li aveva mandati in Turchia alcuni

mesi prima. Il primo giorno dei bombardamenti io ero molto
spaventata . Visto che non avevo ne un televisore, ne una
radio, non sapevo assolutamente che cosa stava accadendo
in città, che le persone erano state strappate dalle loro case
e che cosa succedeva in Prishtina e in kosovo.
Di generi alimentari ne avevo pochi e dovevo controllarmi
con il cibo in maniera molto rigorosa. Nella casa nella quale
mi trovavo io c’erano anche altri inquilini i quali un giorno
avevano deciso di scappare dai bombardamenti. Prima che
lasciassero la casa mi invitarono a servirmi nella loro cucina.
Era circa la metà del mese di aprile quando tutte le provviste

finirono ed io fui costretta a girare di casa in casa, per non

affamare i miei bambini .

Ma il vero incubo inizio alcuni giorni dopo. Al mattino udii le

urla della padrona di casa e le grida della polizia serba. Nello
stesso istante buttarono giù la porta ed entrarono. I bambini
cominciarono a piangere e uno dei poliziotti serbi li chiuse
in bagno. I bambini piangevano mentre due dei barbari mi
violentavano e mi incidevano la croce serba sulla spalla. Io
pregavo e desideravo morire.
In quel preciso terribile momento la vergogna e lo
sbigottimento avevano ucciso la mia anima. Io ero madre di
cinque bambini, moglie di un uomo e loro mi violentarono.
Dopo un ora i poliziotti se ne andarono ed io liberai i miei
bambini. Loro non mi chiesero nulla, infatti il più grande

aveva 9 anni. Ma loro videro tutto dalle ferite sul mio petto.

Poco tempo dopo venne la padrona di casa e mi chiese
in presenza dei miei bambini se mi avessero violentata. Io
risposi di no e le mostrai solo le mie ferite. Lei mi disse poi
che noi ne eravamo usciti ancora bene e che i due vicini

erano stati uccisi. I poliziotti serbi tornarono il giorno dopo. Mi


violentarono e mi picchiarono brutalmente e ripetutamente.
Quindi picchiarono i miei bambin